Stop al silicio: l'Ibm progetta computer a base di nanotubi di carbonio

Nanotubi chip pc

Finita l’era del silicio per i pc? Forse non ancora, ma l’avanguardia sembra essere ormai rappresentata dai nanotubi di carbonio. L’Ibm sta infatti sviluppando un progetto con il quale costruire i calcolatori sulla base di questi nuovi materiali, e ha già dimostrato la possibilità di assemblare chip contenenti fino a 10 mila transistor, con potenziale incremento della corrente trasportata.

I nanotubi di carbonio sono strutture chimiche fatte esclusivamente di carbonio, nelle quali gli atomi di questo elemento si dispongono sulla superficie di un vero e proprio tubo nanometrico. Sono dunque invisibili nanotunnel che riescono a trasportare elettroni in maniera così efficiente da superare la capacità del silicio.

In passato poco più di una curiosità chimica, oggi sono oggetto di numerosi studi per via delle loro proprietà chimico fisiche, soprattutto quelle di semiconduttori utilissimi per le comunicazioni. “I nanotubi di carbonio […] sono stati ampiamente studiati per le loro applicazioni alla microelettronica […] –ha dichiarato a questo proposito Supratik Guha, Direttore di Scienze fisiche presso il centro ricerche Ibm- La motivazione di lavorare su transistor di nanotubi di carbonio è dovuta alle loro dimensioni estremamente ridotte, che superano i transistor realizzati con qualsiasi altro materiale”.

Non è tuttavia tutto oro quello che luccica. Queste strutture infatti, pur essendo molto promettenti, presentano alcune problematiche che non le rendono ancora competitive ai fini pratici. “Ci sono sfide da affrontare, come l’ottenimento di elevata purezza dei nanotubi di carbonio e il loro posizionamento preciso su scala nanometrica – ha concluso infatti Guha - Abbiamo fatto significativi passi in avanti in entrambi”.

Il risultato di Ibm mette a segno infatti un goal importante per futuro, visto che nessuno prima era riuscito a costruire un chip contenente così tanti transistor. Il risultato spinge la ricerca a proseguire in questa direzione.

Il lavoro è stato pubblicato su Nature Nanotechnology.

Roberta De Carolis

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