Cervello: internet ci mantiene giovani

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Il cervello degli anziani resta giovane se è allenato con computer e navigazione Internet. Lo afferma uno studio condotto dai ricercatori della Mayo Clinic (Arizona, Usa), guidati da Yonas E. Geda. In particolare l’attività online aiuta la memoria, ritardando il declino cognitivo e quindi le demenza senile.

La ricerca è stata condotta su 926 anziani di età compresa tra 70 e 93 anni facendo loro domande sulle rispettive abitudini. Confrontando le risposte con misure sull’attività cognitiva gli studiosi hanno trovato una significativa correlazione tra l’uso del pc e le capacità intellettive, dimostrando che una discreta attività online (unita a quella sportiva) corrispondeva ad un rischio più basso di demenza senile. I dati sono chiari: circa 18,3 per cento dei nonni hi tech è sulla strada del rallentamento cognitivo, contro il 38 per cento di quelli che si dedicano ad hobby più tradizionali.

Lo studio di per sé non sarebbe una novità, perché in passato ci sono stati altri lavori sull’argomento, il più recente dei quali, condotto presso l’Università di Los Angeles, aveva evidenziato come navigare in Internet migliori le performance cognitive degli anziani e come il cervello venga positivamente stimolato dalle ricerche online, acquisendo migliori funzionalità.

Ma il passo in avanti condotto dai ricercatori della Mayo Clinic sta nell’aver seguito in un certo senso gli effetti a lungo termine, dimostrando che, non solo di per sé l’uso del pc migliora puntualmente l’attività cerebrale, ma che la preserva da declini senili nel tempo.

Le attività al computer – spiega Geda - possono essere di aiuto stimolando le connessioni e la comunicazione tra le parti terminali delle nervature”. Aggiunge tuttavia come questo sia solo uno studio preliminare e che, prima di consigliare a tutti gli appartenenti alla terza età di usare il pc per evitare la demenza, si dovrebbero compiere ulteriori approfondimenti. Anche perché non ricordare alcuni dettagli in avvenimenti del passato può non essere necessariamente segno di demenza.

Lo studio è stato pubblicato su Mayo Clinic Proceedings.

Roberta De Carolis

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