Da dove vengono gli atei ?

ateismo

Non bisogna domandarsi se crediamo in Dio, ma se Dio crede in noi”, si diceva. In un articolo su “New Scientist” del 3 marzo 2010, Lois Lee e Steven Bullivant si sono preoccupati di spiegare perché vadano studiate le origini dell’ateismo in quanto fenomeno di gruppo.

Sembra che le matricole dell’Università di Oxford siano tra i gruppi “più atei” del Regno Unito. Di 728 studenti il 48,9% dichiara di non credere in Dio. Tra questi, il 49,6% non simpatizza per alcuna religione. Storicamente quello britannico è un popolo che non si dichiara quasi mai ateo o agnostico. Il 57,3 % degli studenti di Oxford l’ha fatto.

Non dovrebbe, questo, rappresentare una grande sorpresa: è diffusa tra gli esperti la teoria secondo cui più si va avanti con l’evoluzione del pensiero umano e più l’ateismo diviene espressione di una “educazione razionale” trasmessa particolarmente bene. In altre parole: dove regna la ragione, Dio si ritira. Ma questa è una semplificazione eccessiva. Se infatti consideriamo il campione esaminato, ad esempio, i laureati – soprattutto quelli che si apprestano a proseguire la nella carriera accademica, appaiono di gran lunga più religiosi degli “undergraduates”. Quindi nemmeno quest’equazione sopravvive.

Il World Values Survey è un innovativo studio internazionale che si propone di valutare lo stato globale dei valori socioculturali, morali, religiosi e politici. I risultati del 2005 mostrano che mentre esiste una correlazione positiva tra educazione e mancanza di fede in Dio, il fenomeno è lievemente più contenuto tra coloro che hanno un’educazione universitaria (14,8% sono non credenti) rispetto a quelli che come titolo di studio conservano la licenza superiore (17,2 %). Altra conferma dell’anti-teoria, quindi.

Per di più, la relazione evidenzia una correlazione molto più forte tra educazione e certe “credenze irrazionali”: solo il 29,6%, ad esempio, di quelli che non hanno nemmeno un’educazione elementare crede nella telepatia, contro il 51,8% di persone con una formazione di livello universitario. Uno studio del 2008, il British Social Attitudes (BSA) Survey curato da David Voas presso l’Università di Manchester rivela che la correlazione storica che esiste tra l’essere educato e l’essere non religioso non solo è più sottile, ma quasi inversa. Nei bianchi britannici, ad esempio, i dati mostrano che, tra gli uomini tra i 25 e i 34 dichiaratamente “non religiosi”, solo circa il 25% sono laureati, contro il 40% di quelli che si dichiarano religiosi. Per quanto riguarda le donne della stessa età, la differenza è meno marcata ma la tendenza la medesima.

Il quadro si complica quando la domanda posta diventa: che cosa significa credere in Dio? I padri fondatori delle scienze sociali nel 1800, tra cui Sigmund Freud, Karl Marx, Émile Durkheim, Auguste Comte e Max Weber si dichiaravano non credenti o comunque “poco affini alla religione”: come accade, dicevano che così tante persone credano in qualcosa di così assurdo? Ironicamente, proprio sociologi, psicologi, economisti e antropologi sarebbero poi diventati talmente precisi nello spiegare perché sia così diffusa tra gli umani la tendenza a credere in un dio, da rendere assolutamente legittima una nuova domanda: se la religione ci viene così naturale, perché esistono tante persone, specialmente nell’Europa orientale, che vi resistono? Insomma ora occorre uno studio non sulla teologia, ma sulla “a-teologia”.

Psicologicamente, abbiamo bisogno di sapere come un individualità funziona con l’aiuto della fede e che cosa l’assenza della stessa determini. Antropologicamente, abbiamo bisogno di capire quale senso le persone religiose diano alla propria vita, e come la forma mentis “ateologica” si radica nelle diverse culture in cui si presenta. Sociologicamente, poi, c’è bisogno di sapere come queste due alternative nell’assegnare senso all’esistenza vengano lette e condivise dalle diverse società, dove siano i punti d’incontro, dove le differenze e se i gruppi non religiosi custodiscano elementi di evoluzione sociale assimilabili a quelli religiosi.

Ed ecco perché Lois Lee ha fondato presso l’Università di Cambridge l’NSRN (Non-religion and Secularity Research Network). Una conferenza alla Wolfson University di Oxford ha segnato l’inizio dei lavori del Network. Secondo i membri, uno dei primi compiti da svolgere è quello di creare un vocabolario comune. Questo perché – spiega Lee – “ateo”, “a-teologico”, “non religioso”, “non credente” e “senza dio” non sono sinonimi. I primi risultati interessanti, comunque, si occupano di dare uno sguardo alle relazioni tra istruzione e ateismo.

Sulla base di quanto è stato detto, allo stato attuale delle cose le polemiche possono attendere prima di infiammarsi: i credenti considerino il fatto che studi più approfonditi non hanno ancora suggerito l’ipotesi che i non religiosi siano più intelligenti o meglio istruiti di loro. Da parte loro, i non credenti possono confortarsi pensando che non sono più una minoranza, anzi. Sono diventati la percentuale “normale” e rappresentano una parte considerevole di molti gruppi sociali. Forza, forza!

Sergio Lo Gatto

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