Conosci te stesso ? Mica vero, ti conoscono di più gli amici

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In media le persone che ti conoscono meglio ti conoscono tanto quanto tu conosci te stesso, non di più, non di meno. Ancora più importante: esistono cose che entrambi sapete che gli altri non sanno e cose che loro sanno che voi non sapete”. Complicato? Qualcuno ci si è messo d’impegno per svolgere la matassa.

Socrate non era solito scrivere molto, in compenso era molto loquace. E – a sentire le cronache del tempo – a lui piaceva ripetere spesso delle frasi, divenute poi storiche per l’evoluzione del pensiero occidentale. Psicologi, psicanalisti, addirittura mistici hanno campato sulla famosa frase: “Conosci te stesso”. Insomma, quando si tratta di stabilire chi siamo e perché facciamo certe cose, non esiste osservatore più attento di noi stessi. Almeno fino a qualche settimana fa, quando la dottoressa Simine Vazire, psicologa della Washington University di Saint Louis e assistente docente di psicologia al dipartimento di Arti e Scienze, ha dimostrato che non siamo poi così infallibili nel giudizio personale.

Secondo lo studio pubblicato nel numero di febbraio 2010 sulla rivista Journal of Personality and Social Psychology, di cui dà conto anche Science Daily, pare che in generale un individuo compia analisi più accurate nei confronti dell’intimo di un’altra persona, specialmente nella comprensione degli stati d’ansia e altre nevrosi, mentre gli amici sono un indicatore migliore per quanto riguarda le questioni intellettuali come intelligenza e creatività e addirittura gli estranei sono affidabili quanto amici e parenti o quanto noi stessi quando si tratta di formare un’opinione sull’esteriorità, un ambito che in psicologia è chiamato “estroversione”.

Stando alle parole di Vazire, è “importante mettere davvero in discussione questa stupida concezione che siamo noi stessi i nostri migliori interpreti. La personalità – spiega la psicologa – non è che cosa credi di essere, ma chi sei. Alcune persone danno per scontato di essere esperti della propria personalità perché sono in grado di scrivere la propria storia, ma la personalità non è la storia, è la realtà. Quindi, ciascuno di noi è di certo in grado di scrivere una storia a proposito di chi crede di essere e di che cosa dicono di lui le altre persone, ma ‘la verità è ancora là fuori’. E saranno gli altri a vedere quella verità, quale che sia la storia in cui credevamo”.

Dai calzini da pescare nel cassetto fino all’immagine del profilo di Facebook, passando per quel sorriso a metà giornata e la botta di nostalgia del mare verso le sei del pomeriggio, sembra proprio che – almeno per Simine Vazire – la personalità sia responsabile della maggior parte delle scelte operate da un individuo. “Su ogni cosa che tocchiamo imprimiamo la nostra personalità – dice la scienziata –, lasciamo tracce non intenzionali. Mostriamo cenni della nostra personalità che restano invisibili a noi stessi”.

Per raccogliere i dati necessari alla pubblicazione, Vazire ha sviluppato un modello chiamato “self-other knowledge asymmetry” (SOKA). Per ottenere una valutazione oggettiva del comportamento, il cui orientarsi sarebbe infatti determinato dalla personalità, 165 volontari hanno sostenuto un test di QI, partecipato a sessioni di gruppo senza moderatore proprio per osservare chi si sarebbe distinto come leader e sostenuto un Trier social stress test, durante il quale i soggetti vengono collocati in stanze anguste e filmati mentre simulano un discorso pubblico di due minuti con argomento “cosa mi piace e cosa non mi piace del mio corpo”. Ciascun partecipante è stato poi invitato ad esprimere il proprio giudizio su se stesso e sugli altri membri del gruppo, rispondendo in 40 punti alla descrizione della personalità.

L’esperimento ha confermato che le autovalutazioni sono più accurate quando riguardano fatti interiori come pensieri e sentimenti. Ma per quanto riguarda i comportamenti, gli altri – che siano estranei o amici – sono più precisi.

Le caratteristiche di valutazione sono quelle che riguardano ciò che del carattere è desiderabile o indesiderabile. È proprio qui che l’autovalutazione zoppica. Intelligenza, avvenenza, creatività sono dure da giudicare in noi stessi perché obiettivamente “siamo troppo in ballo – spiega la psicologa – , cioè la nostra vita cambia se siamo intelligenti o meno, attraenti o meno. Tutti vogliono apparire intelligenti e attraenti, ma non sapremo mai auto-valutarci su queste caratteristiche”.

Stare davanti allo specchio non è come guardare una fotografia di qualcun altro. Vazire dice: “Se guardassimo una foto altrui tanto a lungo quanto ci guardiamo allo specchio, ci faremmo dell’aspetto degli altri un’idea molto più precisa e chiara di quella che abbiamo di noi stessi. Eppure dopo esserci guardati allo specchio per cinque minuti ancora ci chiediamo ‘Sono attraente o no?’, senza trovare risposta. Il che non significa che siamo tutti belli, vero?”.

Esistono alcune caratteristiche della personalità nei confronti delle quali ci si confonde se si guarda ai pensieri e ai sentimenti senza badare al comportamento. Il bullismo, ad esempio, risponde perfettamente al modello SOKA, perché pensieri e sentimenti dei bulli ne rivelano l’insicurezza e il desiderio di ammirazione, che non è niente di deprecabile. Se non lo è, dunque, è perché i loro pensieri prevalgono sulle loro azioni.

“Credo di aver dimostrato alla gente che è necessario ‘pensarci due volte’, ha osservato Simine Vazire.

Sergio Lo Gatto

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