L’empatia: è anche questione di cervello

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L’empatia, quel misterioso insieme complesso di sensazioni che porta un essere umano a partecipare alle emozioni, positive e negative, di qualcun altro, non è frutto solo di quella parte di noi, irrazionale, che genera pathos, ma anche da una zona del cervello che elabora pensieri e ragionamenti del tutto razionali. Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricerca dell’University of Southern California guidato da Lisa Aziz-Zadeh, professore associato presso il Centro di Scienza e Terapia Occupazionale della stessa Università.

Il lavoro ha portato i ricercatori a dedurre che l’empatia generata da qualcosa di cui si ha avuto precedente esperienza diretta –per esempio quando vediamo qualcuno soffrire per una frattura ad un braccio che noi pure abbiamo sperimentato- è attivata la parte emotiva del nostro cervello, mentre nel caso contrario quella razionale. Inoltre tale zona è messa in moto anche se osserviamo qualcuno soffrire per qualcosa di cui noi non potremmo mai avere esperienza.

La conclusione è arrivata dopo una serie di esperimenti condotti confrontando le reazioni di alcuni soggetti sperimentali scelti con caratteristiche ad hoc: in un gruppo di donne normalmente sviluppate Aziz-Zadeh e i suoi collaboratori hanno inserito anche una donna nata senza arti né superiori né inferiori, e a tutte sono stati mostrati dei video nei quali alcuni individui compivano azioni con la bocca e con le mani, e altri nei quali veniva indotto dolore effettuando punture sugli arti. Durante le proiezioni il cervello dei soggetti in osservazione è stato “fotografato” tramite risonanza magnetica funzionale, una sofisticata tecnica utilizzata per controllare la ‘risposta emodinamica’, ovvero il flusso di sangue nelle varie zone del cervello, come misura dell’attività delle diverse aree.

Di fronte al primo gruppo di video –azioni assolutamente comuni, ovvero mangiare e afferrare oggetti - nella donna nata priva di arti veniva attivata la zona razionale del cervello se le scene mostrate erano per lei impossibili da riprodurre, contrariamente ai soggetti normodotati. Stessa cosa davanti alla vista del dolore. È come dire che se non possiamo capire profondamente il dolore di qualcuno, comunque il nostro cervello cerca di sentire l’altro, attivando la parte razionale. “La gente lo fa in modo automatico” ha commentato la ricercatrice.

Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Cerebral Cortex.

Roberta De Carolis

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