Cellule della pelle: trasformate in cellule nervose

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Un gruppo di ricercatori della Stanford University (Palo Alto, California, Usa) ha trovato il modo di trasformare delle cellule umane della pelle in cellule nervose, potenzialmente funzionanti. La scoperta, che realmente potrebbe significare una rivoluzione terapeutica per moltissime malattie neurodegenerative (un esempio per tutti: il morbo di Parkinson), è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista internazionale Nature.

Il dogma della non rigenerabilità delle cellule nervose era stato già parzialmente infranto dalle scoperte di Rita Levi Montalcini, per le quali il senatore a vita fu insignita del Premio Nobel per la Medicina nel 1986. Tuttavia nessuno era riuscito prima d’ora a generare tessuto nervoso da un altro tipo di tessuto, e questa tecnologia potrebbe radicalmente cambiare, e potenzialmente migliorare in modo significativo, l’approccio terapeutico contro le malattie neurodegenerative, tuttora, di fatto, prive di una cura reale.

La tecnologia usata dai ricercatori si basa su un processo noto come transdifferenziazione, con il quale, in natura, le cellule embrionali che hanno subito la prima differenziazione nei tre foglietti embrionali passano da un foglietto ad un altro. Il processo è anche alla base della tecnologia delle cellule staminali, che in un tessuto diverso transdifferenziano appunto, ovvero diventano cellule di quel nuovo tessuto.

Il gruppo di ricerca aveva già applicato la metodologia con successo, l’anno scorso, alle cellule di topo, e pensava che sarebbe stato semplice ripetere il tutto con quelle umane. La nostra ipotesi si è rivelata però un errore”, commenta Marius Wernig, che ha guidato la ricerca.

Gli scienziati infatti non hanno potuto ripetere esattamente quello che avevano fatto con le cellule di topo, perché quelle umane non riuscivano ad emettere gli impulsi elettrici tipici dei neuroni. Così hanno dovuto cambiare materiale di partenza e, anche se può sembrare irriverente per la natura, la trasformazione è avvenuta con tessuto connettivo di feti abortiti e prepuzi di neonati. Le cellule così ottenute infatti hanno iniziato a produrre sinapsi, i collegamenti tipici dei neuroni.

Siamo ancora ben lontani dall’avere una terapia contro le malattie neurodegenerative, ma è evidente come il passo compiuto dai ricercatori della Stanford University sia molto promettente e puntato in quella direzione.

Roberta De Carolis

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