Effetto placebo? Funziona anche se lo sai

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Essere sicuri di prendere un vero medicinale favorisce la guarigione anche se il medicinale in quella pillola non c’è. Questa constatazione, che ancora non è del tutto dimostrata con metodologie scientifiche standardizzate, si basa molto probabilmente su un condizionamento psicologico.

Ma Ted Kaptchuk e i suoi colleghi dell’Harvard Medical School (Cambridge, Massachusetts, Usa) sostengono come questo si verifichi anche nella piena consapevolezza dei pazienti di assumere qualcosa privo di effetti terapeutici. La ricerca, che pone le basi per il superamento di diversi problemi etici riguardanti l’effetto placebo, è stata pubblicata su PLoS One.

Lo studio è stato condotto su 80 persone affette da sindrome da intestino irritabile, confrontando l’evolversi del disturbo di chi aveva assunto consapevolmente un placebo con quello di chi non aveva ingoiato alcuna pillola. I controlli dunque non erano del tutto trattati, mentre gli altri prendevano due volte al giorno una pastiglia che non poteva in alcun modo essere assorbita dall’organismo, e quindi totalmente inefficace dal punto di vista terapeutico. A loro era stato detto che la sindrome poteva migliorare grazie all’effetto placebo.

I risultati hanno mostrato che, tra le persone che non erano state trattate del tutto, il 35 percento mostrava segni di miglioramento, mentre tra chi aveva assunto il placebo, riferiva di sentirsi meglio quasi il doppio, ovvero il 59 percento. Il dato è significativo anche se ottenuto per ora solo su un campione ristretto di pazienti.

Su questo Kaptchuk concorda infatti con chi, come Edzard Ernst, professore di Medicina Complementare presso la Peninsula Medical School (Exeter, Uk), sostiene che la validità dello studio è ridotta dall’esiguo numero di persone coinvolte. L’autore principale dello studio aggiunge inoltre che “sarebbe stato un risultato grandioso se fosse avvenuto all’interno di una sperimentazione clinica vera e propria di un farmaco”.

Con tutti i suoi limiti, che i ricercatori si augurano di poter presto superare, il lavoro pone le basi per aggirare il classico problema etico legato all’assunzione di un placebo, ovvero la non consapevolezza dei pazienti, che oggi sono sempre tutelati a riguardo, ad esempio dal consenso informato. Se questo dato fosse confermato infatti si potrebbe tranquillamente riferire tutta la procedura ai diretti interessanti ottenendo risultati analoghi se non migliori.

Kaptchuk e i suoi collaboratori tengono tuttavia a precisare che questo potrebbe avvenire solo su disturbi dove la componente psichica è prevalente, ma non necessariamente solo su problemi di secondaria importanza. Una malattia molto seria, tanto per citare un esempio tristemente noto, è la depressione, oggi curata, oltre che con le psicoterapie, con farmaci a volte molto pesanti.

Roberta De Carolis

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