Depressione: distruggere la proteina MPK-1 per curarla

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Il cervello dei depressi contiene una quantità della proteina chiamata MPK-1 due volte superiore al normale: questa scoperta, targata Yale University (New Haven, Connecticut) e pubblicata su Nature Medicine, potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci antidepressivi.

Lo studio è stato condotto sui topi analizzando il cervello di individui deceduti, 21 che in vita avevano sofferto di depressione, e 18 che non avevano avuto questo problema. I ricercatori hanno puntato l’attenzione sulla proteina chiamata MPK-1, coinvolta nella crescita e lo sviluppo dei neuroni, e hanno misurato nel cervello dei defunti il relativo livello di mRna, ovvero la molecola che copia l’informazione genetica contenuta nel Dna e consente la sintesi della proteina, e hanno dimostrato che nei depressi il valore è molto diverso, tanto da portare ad una quantità doppia di MPK-1.

I ricercatori hanno poi usato le tecniche di ingegneria genetica per incrementare artificialmente il livello di MPK-1 nel cervello di alcuni topi, mostrando che questi, in seguito all’intervento, evidenziavano comportamenti tipici della depressione, che a loro volta scomparivano se trattati con un antidepressivo. Alti livelli di MPK-1, che come abbiamo detto è coinvolto nella crescita e sviluppo dei neuroni, implicano un’interruzione della comunicazione tra le cellule cerebrali nella regione dell’ippocampo, cosa che comporta l’insorgere del disturbo in modalità grave.

La ricerca scientifica ha dimostrato che la depressione, oggi considerata una malattia a tutti gli effetti, che colpisce il 7 per cento della popolazione americana e che costa agli Stati Uniti circa 100 miliardi di dollari (dati del National Institute for Mental Health), è scatenata da un tipo di interruzione dei segnali della serotonina, il neurotrasmettitore della sensazione di benessere.

Pertanto, molti antidepressivi attualmente in commercio sono progettati per incrementare il livello di questa molecola nelle cellule. La scoperta di Ronald Duman e colleghi della Yale University apre dunque la strada a una nuova classe di farmaci, che usano un target diverso. “I risultati suggeriscono un nuovo bersaglio per la progettazione di medicinali contro la depressione”, afferma anche Steven Garlow, dell’Emory University (Atlanta, Georgia).

Roberta De Carolis

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