Aids: nuovi modelli per predire la sopravvivenza dei malati nell’Africa sub-sahariana

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Un team di ricercatori dell’Università di Berna (Svizzera) e dell’Università di Bristol (Regno Unito) ha messo a punto due nuovi modelli per predire la sopravvivenza dei malati di Aids dell’Africa sub-sahariana a un anno dall’inizio della terapia antiretrovirale (ATR). Il lavoro è stato pubblicato su The Lancet.

Il tasso di mortalità dovuto all’Aids è più alto nei paesi in via di sviluppo che nelle regioni industrializzate del mondo. Tuttavia, nessuno finora aveva sviluppato dei modelli, basati su fattori di rischio, in grado di predire la sopravvivenza a breve termine dei malati in quelle regioni dall’inizio delle terapie.

In questo sta il deciso passo avanti compiuto dai ricercatori, i quali hanno sviluppato due modelli per determinare la probabilità di non soccombere al virus Hiv per i malati dell’Africa sub-sahariana a un anno dall’avvio delle cure. Affidabili stime di prognosi di pazienti che hanno intrapreso la terapia antiretrovirale possono essere molto utili per le decisioni cliniche, la programmazione dei servizi della salute pubblica, e le linee guida dei trattamenti.

Il virus Hiv, causa dell’Aids, è un cosiddetto retrovirus, cioè un virus che contiene molecole di Rna da cui ottiene il Dna che viene inoculato nella cellula ospite, in questo modo 'costretta' a replicare l’agente infettante invece che se stessa. Questa classe di virus si riproduce in questo modo grazie alla trascrittasi inversa, un enzima che retrotrascrive l’Rna in Dna, contrariamente al classico meccanismo replicativo per il quale dal Dna si ottiene l’Rna e quindi le proteine. La terapia antiretrovirale è così chiamata perché riduce la carica virale nelle cellule inibendo questo meccanismo.

I modelli sviluppati dai ricercatori sono stati elaborati su quattro programmi di ATR nella Costa D’Avorio, in Sud Africa e in Malawi e hanno coinvolto 11mila pazienti adulti che hanno iniziato la terapia tra il 2004 e il 2007. Come fattori di rischio sono stati individuati un numero di CD4, proteine espresse sulla superficie dei linfociti T e dei macrofagi (le nostre difese immunitarie), inferiore a 25 per microlitro, uno stadio avanzato della malattia (III-IV stadio), un basso peso corporeo (inferiore a 45 kg) e una grave forma di anemia. Tutti questi fattori sono stati associati con un rischio di morte più alto. Altri parametri predittivi indipendenti hanno incluso il sesso maschile, l’età avanzata (oltre 40 anni) e il numero totale di linfociti.

Il primo modello elaborato si basa su cinque parametri clinici: numero delle proteine CD4, stadio della malattia, peso corporeo, età e sesso (modello delle CD4). Poiché però il conteggio delle CD4 e la carica virale non sono misurate abitualmente in molte strutture africane, i ricercatori hanno sviluppato un secondo modello sostituendo la CD4 con il numero totale di linfociti e la concentrazione di emoglobina nel sangue (modello dei linfociti totali e dell’emoglobina).

"Entrambi i nostri modelli hanno mostrato un buon potere discriminante - affermano Mattias Eger e Margaret May, autori del lavoro - Il conteggio delle CD4 è il miglior fattore prognostico per l’infezione da Hiv, ma può essere sostituito dalla valutazione dell’emoglobina e dei linfociti totali a scopo prognostico”.

Comunque, come sottolineano Olivier Koole e Robert Colebunders dell’Istituto di Medicina Tropicale dell’Università di Antwerp in Belgio, "le sfide contro l’Hiv sono enormi e l’accesso ai farmaci antiretrovirali è ancora un grosso ostacolo. Per questo - continuano - la ricerca contro l’Hiv dovrebbe essere una delle priorità nei prossimi anni".

Roberta De Carolis

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