Hiv: vicini alla cura con due nuovi farmaci

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Un team di ricercatori dell'Università di Minneapolis in Minnesota, ha identificato due farmaci il cui uso combinato riesce a dare risultati interessanti per la cura all'Hiv.

Si tratta precisamente di due composti, gemcitabina e decitabina, approvati dalla FDA (Food and Drug Adminisration) statunitense e impiegati come farmaci utili al trattamento di alcuni tipi di cancro. I risultati della ricerca sono stati pubblicati recentemente sul Journal of Virology a cura dei tre scienziati Louis Mansky, Christine Clouser e Steven Patterson.

La decitabina (aza-deossicitidina) è usata da molti anni come agente antiproliferativo in alcune forme di cancro, ma con risultati non molto incoraggianti. Come a volte avviene però, un farmaco può essere oggetto di ricerca accurata alla luce dei progressi più recenti; è il caso proprio della decitabina, la quale viene attualmente usata negli Usa e in altri Paesi nelle sindromi mielodisplastiche.

La gemcitabina è un composto chemioterapico utilizzato soprattutto nella cura del cancro alla vescica, al pancreas e polmonare, che agisce all'interno del Dna delle cellule provocandone una sorta di morte programmata (apoptosi). Il fenomeno della morte delle cellule è un processo naturale che serve all'organismo nel ricambio delle cellule vecchie o malate che vengono sostituite da cellule nuove. Nella cura del cancro, il vantaggio di poter indurre la morte di cellule malate, appare ovvio.

Ma come agiscono questi farmaci nel trattamento dell'Hiv? Una delle caratteristiche del virus dell'Hiv è quella di subire mutazioni difficili da identificare e controllare; l'idea dei ricercatori, secondo quanto dichiarato dal virologo molecolare Louis Mansky, è stata quella di sfruttare tale caratteristica del virus stimolando opportunamente il suo tasso di di mutazione, il modo che esso possa, in un certo senso, agire contro se stesso.

I dati presentati nell'articolo riportato dal Journal of Virology indicano che rispetto all'uso dei due farmaci utilizzati singolarmente, la loro combinazione ha ridotto l'infettività del virus dell'Hiv del 73%, e ciò coincide con un significativo aumento della frequenza delle mutazioni del virus stesso. Ciò significa, in altre parole, che l'aumento del cosiddetto carico mutazionale è indicativo di una minore generazione di virus infettivo.

Secondo Louis Mansky, i risultati della ricerca possono fornire "una valida speranza ai circa 33 milioni di malati in tutto il mondo".

L'infezione del virus dell'immunodeficienza umana, conosciuta come Hiv, è uno dei più gravi problemi sanitari a livello planetario perché rappresenta lo stadio clinico precedente alla sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids). L'Hiv appartiene alla famiglia dei retrovirus, e possiede un meccanismo replicativo unico, che si esprime attraverso una trasformazione del Dna. Le cellule colpite sono i linfociti T di tipo Cd4 responsabili nella risposta agli agenti patogeni: per questo motivo l'infezione provoca un progressivo indebolimento del sistema immunitario esponendo l'organismo all'azione di batteri, virus e funghi.

Pasquale Veltri

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