Vermi pene: novità sulla loro evoluzione

Penis worm

I priapulidi o ‘vermi pene’, così chiamati per via della loro somiglianza nell’aspetto all’organo di riproduzione maschile, contraddicono un dogma dell’evoluzione: non si sviluppano infatti come i protostomi, nonostante per cento anni si sia ritenuto ne costituissero un’importante specie. La ricerca è stata condotta da studiosi provenienti dall’Università di Bergen (Norvegia) e dall’Università di Uppsala (Svezia) guidati da Andreas Hejnol. Tutto da rimettere in discussione, dunque.

Nei protostomi, durante lo stadio embrionale, la bocca si forma, per prima, nella medesima cavità dalla quale si sviluppa anche l’ano, il blastoporo, e questo rappresenta la principale differenza rispetto alla classe dei deuterostomi, dove invece dal blastoporo si origina solo l’ano, e successivamente si sviluppa la bocca.

Il risultato ottenuto dai ricercatori scandinavi mediante moderne tecniche di analisi di espressione genica, potrebbe far ripensare interamente a questa classificazione. “Ecco un animale usato come manifesto per i protostomi, e si sviluppa come un deuterostoma –ha commentato Mark Martindale, biologo presso l’Università delle Hawaii a Honolulu- Abbiamo usato il termine protostoma per cento anni, e ora è chiaro che non significa nulla”.

I priapulidi infatti non sono solo stati inclusi nella classe sbagliata, in quanto presentano somiglianze genetiche molto evidenti con altre specie ritenute protostomi. I biologi evoluzionisti dovranno dunque rinominare questa classe di esseri viventi, che comprende la maggior parte degli invertebrati. Ma per far questo “abbiamo bisogno di ripensare a come si sono evoluti i nostri più antichi antenati” sostiene Hejnol.

“Verso la fine del ventesimo secolo, gli embriologi rappresentavano quello che vedevano. Ma i loro microscopi erano arretrati, e non sapevano nulla di geni –ha riferito ancora Martindale- Ora siamo finalmente in grado di guardare più da vicino, e abbiamo scoperto che spesso sbagliavano. Ma se pensiamo agli strumenti che avevano, sorprende ancora di più che qualcosa fosse corretta del tutto”.

Il lavoro è stato pubblicato su Current Biology.

Roberta De Carolis

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