Quando sarà il prossimo tsunami? Le previsioni del National Geographic

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National Geographic, la popolare rivista dedicata all’esplorazione del mondo, ha fatto delle previsioni sui prossimi tsunami che sconvolgeranno qualche luogo del pianeta, in base all’analisi delle aree maggiormente a rischio. Dal Giappone all’Alaska, passando per altri punti caldi del pianeta, le regioni dove la popolazione deve tremare non sono poche, e gli effetti potrebbero essere, come sempre, devastanti.

A partire dal primo di cui si ha notizia, abbattutosi sulla costa della Siria circa 4 mila anni fa, migliaia di tsunami hanno causato la morte di oltre 500 mila persone. Provocati da violenti movimenti della roccia, in genere terremoti lungo una faglia sul fondo marino, mettono in movimento l’intera colonna di acqua sovrastante.

In particolare uno tsunami si genera perché una faglia oceanica (quindi sott’acqua) si muove sotto una continentale, nella zona chiamata in termini tecnici ‘di subduzione’. Se più placche si accumulano e restano bloccate, il fondo si alza, con un meccanismo simile a quello che succede se due auto si scontrano violentemente con un incidente frontale. Questo genera il sollevamento improvviso dell’acqua sovrastante, con formazione di altissime onde, devastanti per tutto quello che trovano intorno. Dopo la prima, altre onde gigantesche possono flagellare la costa per ore, penetrando per chilometri nell’entroterra, e possono uccidere fino a migliaia di chilometri di distanza.

L’ultimo terribile tsunami, tristemente noto anche per le conseguenze sulle centrali nucleari, è avvenuto l’11 Marzo 2011 a largo dell’arcipelago giapponese, ma è ancora sotto i nostri occhi la morte di quasi 290 mila persone dovuta a quello che ha invaso l’isola di Sumatra, nell’Oceano Indiano, il 26 Dicembre 2006. Queste due zone restano ancora nel mirino dei geologi come possibili sedi di altri disastri. In particolare tutto l’Oceano Pacifico e quello Indiano sono a rischio, in quanto le rispettive zone di subduzione sono molto estese e instabili.

A queste regioni si aggiunge l’Alaska, sede del più violento tsunami della storia, almeno tra quelli di cui si ha notizia (Baia di Lituya, 1958), che resta una zona a rischio, anche se, fortunatamente, non è una regione molto popolata. Sotto l’occhio del mirino anche la faglia che si trova sotto lo Stretto di Puget (stato di Washington, Usa), che potrebbe causare un forte maremoto a Seattle. Lo tsunami raggiungerebbe la città americana in meno di 10 minuti, e in questo caso il numero di morti sarebbe decisamente più alto.

Purtroppo questi fenomeni non si possono evitare, e la loro previsione (sia in termini di violenza che di tempistica) non è possibile con precisione, ma la conoscenza delle caratteristiche geologiche, nonché dei tristi precedenti, possono limitare i danni, ad esempio con efficienti e lungimiranti politiche edilizie.

Roberta De Carolis

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