Cambiamenti climatici: calcolata la velocità

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È stata calcolata per la prima volta la velocità del cambiamento climatico globale. Un gruppo internazionale di ricercatori ha appena pubblicato sulla rivista Science uno studio con tali stime. La ricerca è stata finanziata dal Centro Nazionale di Sintesi e Analisi Ecologiche della National Science Foundation (NSF) e dall'Università della California.

I dati raccolti fanno parte di un vasto progetto di carattere più generale, teso a comprendere e valutare gli impatti del cambio climatico sugli ecosistemi marini. Il problema non è più capire se il cambiamento climatico sia veramente in atto: su questo punto la grande maggioranza degli scienziati (non tutti) è oramai concorde. La discussione, i cui toni a volte sono anche accesi, verte invece sull'attribuzione delle responsabilità; su tale aspetto, la scuola di pensiero più accreditata è quella che continua a pubblicare centinaia di studi internazionali che avvalorano l'ipotesi secondo cui il ruolo dell'uomo e delle sue attività, almeno in riferimento alla parte tecnologicamente più avanzata della civiltà, sia fondamentale.

Lo studio di cui stiamo parlando ha invece una sua originalità, mettendo in campo un ulteriore aspetto della questione, che è quello della velocità con la quale il cambio climatico sta agendo.

Analizzando il regime termico e le temperature superficiali globali degli ultimi cinquant'anni, i ricercatori sono arrivati alla conclusione che la latitudine si stia spostando di circa 27 chilometri ogni dieci anni e che l'inizio della primavera si sposti in avanti di circa due giorni, sempre nell'arco di 10 anni.

Tutto ciò si riflette sulla variazione della distribuzione delle specie viventi, le quali hanno la necessità di adattarsi continuamente, utilizzando varie tecniche, come spiega Carlos Duarte, ricercatore dell'Istituto Mediterraneo di Studi Avanzati (IMEDEA).

La necessità delle varie specie viventi è quella di mantenersi attorno ad un regime termico caratteristico al quale ciascuna specie si è adattata per vivere; questo vale sia per la fauna stanziale che per quella migratoria, anch'essa interessata al problema. Il riscaldamento dell'ecosistema terrestre ha una velocità di circa tre volte maggiore di quello degli oceani, e questo aspetto implica varie diversità e una differenza di tempi anche per quanto riguarda il funzionamento naturale della catena alimentare. Gli animali obbligati a spostarsi continuamente per mantenere lo stesso regime termico, sono costretti ad affrontare tutti i problemi connessi alla loro esistenza, a partire dall'alimentazione e, come dimostra lo studio, dalla scelta del momento della riproduzione e della deposizione delle uova.

Gli scienziati hanno tracciato la mappa di questa trasformazione climatica, e hanno osservato che il maggiore impatto si produce nei pressi dell'equatore, soprattutto nei confronti della biodiversità marina.

Il problema si aggrava, se si pensa che gli animali possono spostarsi, ma solo fino a un certo punto. Come dice Mike Burrows, altro scienziato che ha partecipato allo studio: “Le popolazioni hanno necessità di muoversi per scappare dal cambio climatico, tuttavia per quanto riguarda per esempio l'Oceano, le vie di fuga sono molto complesse e spesso inesistenti. Su questo punto insiste anche Johnna Holding dell'Istituto Mediterraneo di Studi Avanzati, la quale spiega come le popolazioni del Mediterraneo non possono migrare verso Nord perché il Mediterraneo è un mare chiuso. La conclusione alla quale arriva Duarte, sintetizzando tutti gli elementi di cui siamo in possesso, è che “quando la velocità del cambio climatico supera la velocità della dispersione e la capacità di spostamento degli organismi, oppure quando esistono barriere che impediscono la migrazione, le specie possono solamente adattarsi, oppure estinguersi.

Tenendo presente tali considerazioni, cosa può fare l'uomo pensando al futuro? Domanda ancora senza risposta.

Pasquale Veltri

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