Il 'succhiacapre' non è più un mistero: il mostro messicano è un coyote

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Potrebbe essere stata posta una pietra tombale sul mistero che da alcuni anni aleggia intorno al chupacabras, una creatura avvistata per la prima volta a metà degli anni '90 a Puerto Rico e poi in Messico e in altre località dell'America centrale e degli Stati Uniti meridionali.

Il termine 'chupacabras' deriva dal fatto che molti dei primi avvistamenti erano associati alla morte di capre e altri animali domestici, i cui corpi presentavano spesso strani morsi alla gola. Questo, insieme alle descrizioni spesso fantasiose che lo presentavano a volte simile a un cane, altre a un rettile o una scimmia, ne ha alimentato la leggenda aliena e 'vampiresca'.

La scoperta di nuove specie non è rara e i biologi ne descrivono e ne catalogano spesso, ma il chupacabras costituisce in realtà un esempio di 'criptide', cioè di quegli 'animali nascosti' oggetto di indagine della criptozoologia, disciplina non riconosciuta dalla scienza ufficiale ma che vuole trovare spiegazioni sull'esistenza di creature misteriose, dalle più improbabili, come il mostro di Lochness, fino a quelle di cui si hanno effettivamente resti, come nel caso del chupacabras.

Ma oggi sembra che sui 'succhiacapre' si sia sciolto il dubbio. Pare infatti che siano dei semplici esemplari di Canis latrans, ovvero comuni coyote. Molti ne erano convinti in realtà da tempo, ma l'entomologo Barry OConnor, dell'Università del Michigan, ha avanzato la prima plausibile ipotesi sulla loro origine.

A prima vista, infatti, i chupacabras sono diversi da un normale coyote, essendo quasi del tutto privi di pelliccia e con un'epidermide visibilmente ispessita, dall'aspetto squamoso o coriaceo, simile al cuoio. Come nasce, dunque, un chupacabras da un coyote? La risposta la fornisce un acaro, Sarcoptes scabiei, il parassita responsabile della scabbia.

I chupacabras sarebbero infatti esemplari di coyote affetti da questa malattia. OConnor ha ipotizzato che l'acaro sia stato trasmesso dall'uomo, che è l'ospite principale, ai cani e poi ad animali selvatici come volpi, lupi e, appunto, coyote. Mentre nell'uomo la scabbia è nella gran parte dei casi un'infestazione certamente fastidiosa ma non grave, in questi animali presenta un andamento decisamente più aggressivo, con perdita del pelo e una diffusa infiammazione dell'epidermide.

la teoria dell'evoluzione a spiegare la maggiore gravità con cui si presenta la scabbia in queste specie rispetto alla forma umana. La scabbia è una malattia riconosciuta fin dall'antichità ed è diventata una patologia benigna, per quanto fastidiosa, perché uomini e acari hanno coevoluto un'interazione ospite-parassita che ha portato, nel tempo, all'instaurarsi di un equilibrio fra le due specie.

Gli esseri umani hanno sviluppato delle difese che consentono di contenere il numero di acari che si fanno largo negli strati di epidermide, dove rilasciano le loro uova. Ma questo equilibrio non si è ancora evoluto in specie animali mai prima infestate dagli acari, che non trovano quindi argini alla loro espansione.

Anche il particolare comportamento predatorio dei chupacabras, rispetto ai coyote sani, può essere provocato dalla scabbia. Infatti, come spiega OConnor, "questi esemplari finiscono per essere piuttosto debilitati dalla malattia e in queste condizioni non sono più in grado di rincorrere le loro prede naturali e sono quindi costretti ad attaccare prede più facili come gli animali delle fattorie".

Antonio Scalari

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