Fusione fredda: anche Domenico Cirillo sulla scena delle LENR. L'intervista esclusiva

Cirillo

Fusione fredda. Un'altra ricerca nell'ambito delle Lenr sulla scena, opera di Domenico Cirillo e dei suoi collaboratori, che da anni sono impegnati in questo campo. Lo studioso, che ha presentato i suoi risultati anche nel corso del 2012 ANS Winter Meeting and Nuclear Technology Expo dell'American Nuclear Society (San Diego, California, Usa, 11-15 Novembre 2012), ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

NM. Gent.mo dott. Cirillo, può raccontarci da cosa è nato il Suo interesse per i processi Lenr e come sono iniziati i Suoi studi?

DC. La curiosità verso i fenomeni fisici è una caratteristica che porto con me da quando ricordo. Nel caso specifico delle Lenr, la curiosità si è poi mutata in interesse profondo e, in ultimo, in un argomento fulcro delle mie ultime esperienze, non solo prettamente scientifiche.

Tutto cominciò a seguito della lettura di alcuni commenti e alcune analisi approfondite dell’esperimento di Fleischmann e Pons del 1989. Deve sapere che all’epoca, nel periodo del famoso annuncio della scoperta della ‘Fusione Fredda’, ero un ragazzetto di poco più di 11 anni, non avevo gli strumenti per approcciare certi argomenti nella maniera dovuta. Ciò che ricordo perfettamente del periodo è l’entusiasmo iniziale che seguì l’annuncio e di come, poco tempo dopo, tale sensazione di entusiasmo si ribaltò completamente in valutazioni deluse: tutte le informazioni diffuse da tv e stampa parlavano di quella esperienza con epiteti quali ‘errore sperimentale’ o ‘abbaglio’, o altro.

Quando qualche anno dopo, verso la fine del liceo, per mera curiosità cominciai a studiare i dettagli intorno all’argomento, presi atto del fatto che i contorni della storia stessa non erano così netti. La sintesi estrema passata dai mezzi di comunicazione (“è un errore”) era manchevole di molti aspetti che, in ultimo, eliminavano una parte importante di verità.

Nei miei studi del periodo, ormai più maturo, avevo cominciato a leggere molti lavori scientifici sull’argomento, analizzando varie configurazioni sperimentali che si differenziavano anche di molto da quella di Fleischmann-Pons. Le varie modalità sperimentali, mostrando risultati di analoga importanza, lasciavano intendere l’esistenza di un campo di ricerca nuovo, certamente in ambito nucleare, che non era stato ancora studiato e analizzato dalla fisica nucleare e che non coinvolgeva fenomeni di alte energie, ma avveniva nella materia condensata.

Quindi ciò che emergeva dai primi studi appena più approfonditi sull’argomento era che gli sperimentatori non sembravano ancora in grado di tenere sotto controllo tutti i parametri sperimentali in maniera tale da poter avere un esperimento perfettamente riproducibile del tipo “accendi e funziona”. Però sembrava anche vero che, nonostante tali difficoltà sperimentali, tutto sommato giustificate dalla poca conoscenza del fenomeno nuovo, certe evidenze sperimentali ci fossero e venissero registrate in varie parti del mondo da ricercatori e scienziati tutt’altro che sprovveduti.

Sentivo che avevo bisogno di risposte dirette. Avevo necessità di prendere contatto direttamente con il fenomeno. Per questo cominciai a contattare i vari ricercatori che si erano occupati o si occupavano del campo. Man mano mi resi conto che stava emergendo un quadro di parametri da rispettare e sui quali era possibile progettare un esperimento mirato a implementare i risultati, ancora aleatori, di questo campo. O almeno così pensavo.

Dalle varie configurazioni sperimentali studiate, quella da cui partii fu la cella di Mizuno e Ohmori. Quella configurazione aveva la caratteristica di essere (apparentemente) non complessa da allestire, non eccessivamente costosa nei suoi componenti e, nel suo modo di funzionamento, mi dava la possibilità di poter approfondire certe idee.

Intanto il tempo passava, cominciai il mio percorso universitario. In quel periodo conobbi Vincenzo Iorio che in precedenza, insieme ad Alessandro Dattilo, aveva allestito nel suo laboratorio una configurazione sperimentale atta a replicare e studiare la cella di Fleischmann e Pons. L’interesse per l’argomento e la condivisione di opinioni simili in merito ci resero molto affiatati. Ben presto allestimmo una prima versione di esperimento e cominciammo le prime rudimentali misure sulla cella al plasma elettrolitico. Era il 2003.

Dall’epoca ad oggi sono passato in vari laboratori, fino a quello attuale, completamente gestito da me.

NM. La Vostra attuale ricerca è focalizzata sul plasma in cella elettrolitica, che emetterebbe neutroni termici. Può spiegare brevemente ai nostri lettori il significato di queste misure e dei relativi risultati?

DC. Nel corso degli anni, dai risultati ottenuti dagli esperimenti eseguiti sul plasma elettrolitico, tutte le evidenze sembravano convergere verso l’esistenza di un elemento chiave, un fattore di ‘innesco’. Tale elemento ‘innescante’ doveva essere in grado di giustificare quanto rilevato, e cioè le trasmutazioni nucleari misurate nei componenti costitutivi della cella e le avvisaglie (tuttora in fase di approfondimento) in merito ad anomalie energetiche.

Mi spiego. Per cominciare a delineare un quadro del tipo di fenomeni nei quali la nostra cella era coinvolta, una delle prove che eseguivamo era l’analisi della composizione chimica dell’elettrodo catodico (componente attorno cui si sviluppa il plasma), confrontando i risultati prima e dopo l’esecuzione del test. Da tali test emergevano, a seguito dell’azione del plasma, una serie di nuovi elementi chimici precedentemente assenti dall’apparato sperimentale. Dato il tipo di elementi riscontrati e date le loro caratteristiche atomiche, ipotizzammo che fosse coinvolta una qualche reazione nucleare. Successivamente, numerose analisi incrociate confermarono la presenza di nuovi nuclidi, quindi il dato era palese e andava giustificato un meccanismo.

Immaginammo che una delle particelle coinvolte nell’innescare queste reazioni nucleari fosse, in qualche modo, il neutrone. Il neutrone, avendo carica elettrica neutra, non risente degli effetti dell’attrazione o della repulsione coulombiana, può minare la stabilità di un nucleo ed instaurare reazioni nucleari. Avevamo quindi ipotizzato che dalla cella al plasma si generassero neutroni.

Per capire se avevamo avuto una intuizione corretta dovevamo misurarli. Tra l’altro alcuni modelli teorici sviluppati inizialmente da Allan Widom (Northeastern University, Boston) e di Lewis Larsen (Lattice Energy Llc, Chicago), a cui si sono uniti Yogendra Srivastava (Dipartimento di Fisica & Infn, Università di Perugia), Emilio Del Giudice (International Institute of Biophysics, Neuss, Germania) e Giuseppe Vitiello (Dipartimento di Matematica e Informazione & Infn, Università di Salerno) prevedevano la presenza di neutroni in quelle condizioni sperimentali, incoraggiandoci nel perseguire questo tipo di misurazioni .(Il ricercatore fa riferimento alla teoria di Widom Larsen, di cui anche noi di NextMe abbiamo parlato, N.d.R.)

Misurare un eventuale flusso di neutroni proveniente dal plasma è problema estremamente complesso per vari motivi: il ‘rumore’ elettromagnetico generato dal plasma, costituito da disturbi difficilmente schermabili, non consente di dare una valutazione certa delle misure eseguite; i neutroni coinvolti in queste sperimentazioni hanno una energia cinetica molto bassa e, per tale ragione, sono facilmente schermabili dalla stessa acqua che costituisce la soluzione elettrolitica. Pochi centimetri d’acqua sono sufficienti a schermare i neutroni termici.

Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tener presente che i neutroni si classificano in base alla loro energia cinetica. Si va dai neutroni ‘termici’(0.025 eV), che sono i più lenti, ai neutroni veloci (milioni di eV). Secondo i calcoli, l’energia cinetica dei neutroni coinvolti in queste reazioni innescate dal plasma doveva essere bassissima.

Così, dopo aver tentato invano la misura con strumenti convenzionali (con l’incognita dei disturbi elettromagnetici) siamo passati a utilizzare metodi dosimetrici, focalizzati sulla misura dei neutroni termici che, a valle di un duro lavoro di affinamento e messa a punto, sono stati finalmente rilevati. La rilevazione eseguita con i sistemi dosimetrici è meno precisa di quella eseguibile con strumenti elettronici ma presenta il vantaggio di essere immune ai disturbi elettromagnetici emessi dal plasma attivo che, invece, possono rendere poco sicure, e di fatto vane, le misure eseguite con strumentazione elettronica.

Cirillo plasma

NM. Può darci qualche stima sulla produzione di energia in eccesso?

DC. Questo dato è una nota dolente. La natura stessa del plasma e la sua attività elettromagnetica rendono questa la misura più complessa. I risultati ottenuti finora lasciano grandi dubbi. L’attività dell’ultimo periodo si sta concentrando nel rendere assolutamente affidabili e incontrovertibili i risultati delle misure energetiche ma, al momento, preferisco non esprimermi.

NM. Quali applicazioni pratiche prevede?

DC. Le applicazioni tecnologiche derivanti dal plasma elettrolitico sono molteplici. Le possibilità offerte dalla produzione di neutroni lenti in un dispositivo poco più complesso di una cella elettrolitica aprono scenari applicativi in ambito energetico, nella medicina nucleare e in tutti quei processi che oggi impiegano sistemi basati sul nucleare convenzionale per la produzione di neutroni di analoghe caratteristiche. Molte applicazioni saranno chiarite quando il fenomeno sarà pienamente caratterizzato e inquadrato in tutte le sue variabili.

NM. Pensate ad uno sfruttamento commerciale di queste ricerche? Ci sono già dei brevetti?

DC. Il nostro obiettivo a medio-lungo termine è quello di arrivare ad un dispositivo il cui funzionamento si basi su questo fenomeno. Quindi certamente pensiamo ad uno sfruttamento commerciale. Sui brevetti, stiamo muovendo i primi passi per tutelare le soluzioni innovative che abbiamo applicato nella nostra versione di cella.

NM. I Vostri studi hanno incontrato resistenze da parte della comunità scientifica o dalle cosiddette 'lobby dell'energia'? Se sì, a cosa le attribuisce?

DC. Riguardo la comunità scientifica devo dire che abbiamo incontrato sia resistenze che agevolazioni, egualmente bilanciate. Per agevolazioni intendo quel tipo di approccio realmente curioso, interessato a capire questi nuovi fenomeni, questo nuovo campo, e che incoraggia nello sperimentare e nel chiarire gli aspetti di quanto misurato.

Chiaramente, rispetto agli incoraggiamenti, le resistenze creano più disagio e lasciano un segno maggiore, soprattutto quando si travalica la lealtà, il rispetto e la correttezza che ogni essere umano, prima che scienziato, dovrebbe avere come proprio bagaglio personale. Mi è capitato di subire di tutto, dall’annullamento di convegni, ad articoli vessatori, a pressioni e osservazioni che nulla avevano a che fare con il lavoro scientifico e sperimentale ma che erano mirate solo a screditare la persona e il campo di ricerca.

Insieme a questo fango tuttavia c’è stata una parte di cosiddette resistenze che, esprimendosi nei modi del rispetto, della correttezza e dell’analisi scientifica della questione, è stata utile e preziosa in quanto mi ha dato la possibilità di rendere più solidi e sicuri i risultati ottenuti.

Per la scienza e la comunità scientifica quale è, l’accettazione di un fenomeno nuovo e, tutto sommato, clamoroso, crea necessariamente forti resistenze nella sua accettazione. Prima di modificare i testi scientifici occorre che il processo di scoperta, definizione e catalogazione di un fenomeno venga eseguito nella maniera più corretta e impeccabile. É così che la scienza progredisce.

Alcuni scienziati (io li chiamo ‘la minoranza rumorosa’) scambiano questa regola con il lasciapassare per una condotta scorretta e miope nei confronti di qualsiasi cosa nuova. Ma, come ho detto, sono la minoranza. Il nucleo vero della comunità scientifica ha un approccio diverso, che nulla ha a che fare con questi ultimi.

Riguardo le ‘lobby dell’energia’ (termine molto pittoresco) non ho subito alcuna resistenza né atteggiamento minatorio. Anzi.

NM. Stando allo schema di reazione, all'interno del panorama di studi sulle Lenr, i Vostri sembrano allinearsi di più con quelli di Ugo Abundo dell'Istituto Pirelli. È così? Può spiegarci analogie e differenze?

DC. La cella del prof. Abundo si basa su un plasma innescato in una cella elettrolitica in cui, nelle giuste condizioni, si determinano fenomeni nucleari a debole energia. E questa è la parte in ‘comune’. La parte originale del prof. Abundo, che si differenzia dalla nostra, è la tipologia di catodo impiegato (polveri e grani di tungsteno non compattati) tramite il quale il professore intende esaltare alcune proprietà che emergono dalla particolare scala e dalle caratteristiche indotte nella cristallografia del tungsteno.

NM. Il panorama è per l'appunto variegato. Su quali ricerche Lei confida di più?

DC. Confido maggiormente sugli apparati sperimentali che ho potuto analizzare direttamente. Fra questi la cella di Piantelli, il sistema di Del Giudice, De Ninno e Frattolillo, il sistema di Abundo e, francamente, la nostra cella.

NM. Tra tutte sicuramente quella più discussa è l'E-cat di Andrea Rossi. Può darci una Sua opinione in merito?

DC. Il dispositivo di Andrea Rossi sfrutta la reazione scoperta da Piantelli e Focardi, che anche in questo caso coinvolgerebbe idrogeno gassoso e nichel in aggiunta ad altre innovazioni introdotte da Rossi. Non ho mai avuto la possibilità di poter eseguire direttamente le misure su un E-Cat, quindi non ho un’opinione definitiva in merito. L’unica valutazione che ho fatto e rilasciato si basa su un’osservazione indiretta. Mi spiego meglio. Nel giugno 2011 il giornalista californiano Steven Krivit visitò il capannone di Rossi (in presenza anche di Focardi) per documentarsi sul dispositivo e per avere informazioni di prima mano. Con totale disponibilità di Rossi ebbe la possibilità di poter assistere a una prova dimostrativa dell’E-Cat in funzione. All’epoca si parlava solo di E-Cat, gli ultimi dispositivi (E-Cat in serie e Hot-Cat) non erano ancora comparsi fra i prodotti di Rossi.

In quell’occasione Krivit filmò tutto in modo dettagliato, senza tralasciare alcun passaggio del dispositivo e prese nota di ogni dato. Durante tale prova, a detta di Rossi, l'energia termica prodotta doveva essere circa 6 volte l’energia necessaria al sostentamento della macchina.

Terminata la visita a Bologna, approfittando dell’occasione del soggiorno in Italia, Krivit passò a visitarmi in laboratorio a Caserta per essere aggiornato sulle ultime misure e su quanto stessi facendo in merito alla cella al plasma. Mi parlò della vista a Rossi, mi mostrò dati e filmati e mi chiese un parere tecnico. Dall’analisi di quei dati, prodotti in quella occasione specifica in presenza di Krivit, emerge in maniera netta che non c’è stata produzione di energia in eccesso.

Nulla posso dire su altre dimostrazioni o sul dispositivo in toto; le informazioni disponibili non sono sempre di prima mano né, tanto meno, ho mai avuto possibilità di analizzare un E-Cat direttamente. Tra l’altro l’inasprimento del confronto fra possibilisti e scettici non aiuta a fare valutazioni serene sulla questione.

Quindi resto in speranzosa attesa ricordando a tutti che la verità si fa spazio senza clamore e senza stridii.

Roberta De Carolis

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