Fusione nucleare: il futuro dell'energia potrebbe dipendere da essa. Intervista ad Aldo Pizzuto

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Fusione nucleare. Dopo l'incontro avvenuto la scorsa settimana all'ENEA, cui ha preso parte anche il Ministro dell'Istruzione Profumo, per saperne di più sullo stato della ricerca sulla fusione nucleare abbiamo intervistato l'ing. Aldo Pizzuto, responsabile dell'Unità Tecnica Fusione del Centro di Ricerche ENEA di Frascati.

NM: Investire sulla fusione nucleare è una necessità dovuta al grave problema energetico di cui soffre il nostro pianeta, ancora dipendente dai carburanti fossili, inquinanti e non eterni. Quali possibilità concrete può fornire questo metodo alternativo di produrre energia? Potrebbe realmente un giorno sostituire il petrolio?

AP: Il fabbisogno energetico è destinato a raddoppiare entro la prima metà del secolo. Qualora non si riuscisse a modificare in modo significativo l’attuale mix energetico si andrebbe fatalmente incontro a due tipi di problemi. Il primo, legato al forte impatto ambientale e principalmente sul clima delle fonti fossili che produrrebbero effetti tali da configurare una situazione di non ritorno. Il secondo legato alla disponibilità di idrocarburi, che lascerebbe campo libero al carbone che anche con l’alea delle ricerche sul carbone ‘pulito’ rimarrebbe una fonte energetica con alte emissioni. Vi è poi da sfatare il mito che si possa soddisfare il fabbisogno energetico col solo ricorso alle rinnovabili. Impatto ambientale e disponibilità delle risorse impongono, quindi, l’identificazione di un portafoglio organico che combinato con un razionale risparmio energetico, veda le rinnovabili integrarsi con una fonte di larga scala, cosiddetta ‘base load’. Questa fonte può e forse deve essere l’energia da fusione per le sue caratteristiche di sicurezza, bassissimo impatto ambientale e durata. Questo perché le ceneri che produce sono semplice gas elio, nessun tipo di incidente può mettere a repentaglio la sicurezza della popolazione o dell’ambiente, inoltre gli elementi di base sono diffusissimi sulla crosta terrestre e nell’acqua. Questo porta ad un altro enorme vantaggio, e cioè la mancanza di tensioni politiche sugli approvvigionamenti.

É per questo che i paesi più avanzati del mondo stanno investendo in ITER, che dovrà dimostrare la possibilità di utilizzare questo tipo di energia in un futuro non troppo lontano. É un obiettivo che rappresenta una grande sfida, ma sono convinto si sia sulla strada giusta. Dietro ITER vi è oggi il 50 per cento del Pil e l’80 per cento della popolazione mondiale.

NM: Sulla fusione nucleare c’è impegno a livello europeo. Come si colloca l’Italia in questa prospettiva? E che ruolo ha l’Enea all’interno della comunità fusionistica italiana?

AP: L’Italia ha avuto finora un ruolo da protagonista nel campo della fusione ed è stata tra i pionieri a livello mondiale. Ruolo che non si limita al campo della ricerca scientifica e tecnologica, ma si estende anche al nostro sistema industriale, oggi tra i protagonisti assoluti a livello mondiale. Il ruolo dell’Enea è quello di coordinare il programma nazionale che vede oltre al Cnr e al Consorzio Rfx - formato da Cnr, Enea, Infn, Università di Padova e Acciaierie Venete - numerose tra le più prestigiose Università italiane. Complessivamente sono impegnati nelle ricerche sulla fusione circa 600 tra ricercatori ingegneri e tecnici.

NM: Quali importanti ricadute si avranno sull’industria nazionale attivate dalla costruzione di Iter?

AP: La competitività della nostra industria è risultata evidente alla luce dei grandi successi fin qui ottenuti. La nostra industria si è aggiudicata le commesse più prestigiose perché più tecnologicamente e economicamente rilevanti. Per poter, però, continuare ad alimentare un sistema che ha saputo evolversi in modo così mirabile, è indispensabile cogliere le sfide del futuro imminente, fornendo agli scienziati e ai tecnologici quegli strumenti senza i quali non si potrà più fare innovazione da travasare all’industria e formazione per avere domani una generazione all’altezza del compito. Questo strumento è stato identificato in un esperimento di fisica e tecnologia che serve anche per dare all’industria quella continuità che è essenziale per non farle perdere la competitività così faticosamente conquistata. Sarebbe un’occasione di crescita competitiva che si potrebbe ottenere con un investimento realmente modesto. Un investimento che darebbe l’opportunità ai nostri giovani che -mi creda- sono di altissimo valore, di cimentarsi in problemi all’altezza delle loro capacità ed aspettative.

NM: Se la ricerca proseguirà come tutti noi ci auguriamo, quando si prevede la produzione di energia utile?

AP: La strada è ormai tracciata e contando sul successo di ITER e su di un forte programma di accompagnamento che aiuti a risolvere i problemi ancora aperti in vista del reattore dimostrativo, Demo, legati soprattutto al controllo della potenza termica del plasma e ai materiali, un obiettivo più che credibile rimane la prima metà di questo secolo. La corsa è quindi iniziata e come detto tutti i paesi più industrializzati stanno producendo sforzi notevoli per raggiungere questo obiettivo. Sarà una grande conquista che vedrà i paesi che più avranno creduto in questa sfida in una posizione di privilegio per lo sfruttamento di questa importantissima fonte di energia, che per funzionare non richiede materie prime, diffusissime e a basso costo, ma alta tecnologia. Spero, quindi, che il nostro paese sappia cogliere l’importanza di continuare ad investire in questo settore perché dipenderà da come sapremo affrontare queste sfide se potremo essere o meno protagonisti nell’era dell’energia da fusione.

Roberta De Carolis

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