Privacy: da Google a Twitter, storie di spionaggio sul web

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In rete, è sempre la solita storia: la privacy. Ma questa volta il bandolo della matassa sono le applicazioni, che non sempre aderiscono agli standard di sicurezza decisi da chi le deve approvare. C'entrano le app, ma c'entrano anche gli smartphone: non è raro infatti che diversi software applicati ai cosiddetti telefonini intelligenti (ma da che parte stanno? da quella dell'utente o dell'azienda?) "scappi" di rubare i dati delle rubriche personali.

Qualcuno è corso subito ai ripari: Apple ha informato che le applicazioni per iPhone e iPad, da oggi, dovranno chiedere un'approvazione esplicita agli utenti se acquisiscono la loro rubrica di contatti, ad esempio attraverso un messaggio di avviso. Il problema sarebbe legato anche a Google, accusato di violare la privacy degli utenti di Safari.

A Cupertino, tuttavia, la mossa da paciere è scattata in seguito a un dibattito esploso in questi giorni su internet. Ad aprirlo è stato Il social network Path, come ricorda la Bbc, "incriminato" la scorsa settimana da uno sviluppatore di Singapore, Arun Thampi, che non aveva gradito il fatto che i suoi contatti fossero stati prelevati dalla rubrica del suo iPhone a sua insaputa.

Scuse pronte dal Ceo Dave Morin e promesse per il futuro. "We are sorry" ha titolato il blog della community, anche se lo stesso Morin ha successivamente ammesso che un'operazione del genere è "del tutto comune per molti siti", tra i quali Facebook, Foursquare, Instagram, Foodspotting e Yelp.

E, aggiunge il caso, Twitter, dove l'applicazione per smartphone accede direttamente alla rubrica dei contatti e si appropria dei dati, quando gli utenti abilitano la funzione "Trova amici". Secondo il Los Angeles Times l'app memorizzerebbe ogni contatto presente nella rubrica tenendolo in archivio perfino per 18 mesi.

Ad alzare il polverone dei dati scippati dai device, va ricordato, è stato a suo tempo il blogger Dustin Curtis, chiedendosi perché Apple "non abbia introdotto alcun sistema di protezione della rubrica di iOs". Ma il problema, naturalmente, riguarda anche il mondo Android e Google.

Al momento, inoltre, le contromisure sulle policy di approvazione prese da Apple sembrano viziate da un monito lanciato da due membri del Congresso degli Stati Uniti, che dopo la bufera Path hanno subito scritto alla Mela chiedendo perché l'azienda permetta tale prassi.

Dal canto suo Cupertino ha voluto mettere un punto sulla questione, e andare a capo. "Le app che raccolgono e inviano dati presi dalla rubrica del telefono senza essere autorizzate a farlo - ha chiarito il portavoce Tom Neumayr - violano le nostre linee guida". "Nelle prossime versioni di queste app comparirà una richiesta di approvazione da parte dell'utente per quanto riguarda l'uso che l'applicazione può fare dei dati della rubrica".

Formalmente, l'azienda si è impegnata a respingere qualsiasi software che raccolga e trasmetta i dati personali degli utenti senza il loro permesso, ma in realtà non ha ancora rimosso dal suo store alcuni dei più popolari, messi sotto accusa dalla rete.

Forse, è il caso che sulla privacy ci si rassegni e si faccia retromarcia. Del resto, chi condivide il suo profilo su un social network non lo fa per isolarsi. Ad oggi Facebook permette ad ogni utente di visitare gli amici dei suoi amici, o perlomeno verificare la rete sociale in cui è inserita una persona. Non è poco, ma se lo fa un estraneo (amico di un amico) sbuffiamo e ritorniamo a chattare e pubblicare la nostra quotidianità sui social network. Se lo fa un'impresa, invece, ecco che scoppia lo scandalo e ognuno si ricorda della propria privacy. Una sorta di complesso di inferiorità verso i big del mondo. La falsissima illusione che Internet possa restare in mano al popolo senza l'intrusione dei padroni è il sintomo ipocondriaco dell'interattività. Del "messaggio di avviso" della Apple che, in diretta, ci informa mentre l'app ci ruba la rubrica, possiamo anche farne a meno.

AR

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