Nanotubi di carbonio: ecco come recuperare il petrolio dall'acqua

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Uno degli ambiti di ricerca più utili all’innovazione tecnologica è quello della chimica, scienza affascinante, ancora misteriosa e a volte sorprendente, e in particolare in quel settore della materia che si occupa della trasformazione delle sostanze.

Nei laboratori della Rice University di Huston e della Penn University di Philadelphia, è stato inventato un materiale costituito da microscopici tubi di carbonio (nanotubi) la cui principale proprietà consiste nella capacità di assorbire gli idrocarburi presenti nell’acqua.

Si tratta, più precisamente, di una maglia della consistenza spugnosa, realizzata da un insieme di filamenti e riutilizzabile numerose volte, con la quale si ottiene chimicamente la separazione delle sostanze oleose fra cui il petrolio, dall’acqua.

I nanotubi di carbonio sono stati inventati alla fine del secolo scorso, tuttavia l’attitudine ad avere questo tipo di reazione con gli idrocarburi e con l’idrogeno è stata scoperta solo adesso, quasi per caso, mediante l’introduzione, tramite procedure opportune, di boro all’interno del composto. Nella tavola periodica ideata da Mendeleev, gli elementi sono ordinati in base al loro numero atomico e il boro occupa un posto vicino al carbonio e quindi, secondo i ricercatori, aiuta il carbonio a far scattare alcune interessanti interconnessioni. Da quando sono stati realizzati i nanotubi in carbonio, non è mai stato chiaro se si potesse parlare di invenzione o scoperta e anche l’attribuzione della paternità dell’evento è molto dubbia e condivisa tra il giapponese Sumio Lijima e l’americano Richard E. Smalley.

Risulta anche difficile una definizione precisa di nanotubo in carbonio, che può avere diverse conformazioni, fatture e dimensioni. In ogni caso, la comunità scientifica ne ha subito compreso le potenzialità, per cui sono stati messi in atto numerosi studi per determinarne le proprietà fisiche e chimiche e tentare un uso pratico sfruttandone le caratteristiche. Una distinzione che si può certamente fare è quella tra i nanotubi a parete singola (single-walled nanotubes) e quelli a parete doppia (multi-walled nanotubes), tuttavia uno dei problemi principali che gli scienziati dovettero risolvere consisteva nella fabbricazione di un materiale di dimensioni non microscopiche.

La complessità degli studi e le implicazioni dei risultati conseguiti in questi ultimi mesi sono enormi e costituiscono un importante punto da cui ripartire per ulteriori traguardi. Sono impegnate in questa ricerca università e istituti degli Stati Uniti, Spagna, Belgio e Giappone, perché le potenzialità sono di estremo interesse non solo nel risanamento ambientale e nella bonifica ma, come dice Mauricio Terrones, uno dei componenti del gruppo autore della scoperta, i nanotubi in carbonio potrebbero essere usati ad esempio per fabbricare materiali robusti e leggeri per l’industria automobilistica o anche in campo medico per le impalcature utilizzate nella rigenerazione dei tessuti ossei”.

Pasquale Veltri

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