Facebook rafforza l'amicizia? Ecco la verita'

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Facebook, LinkedIn e le altre piattaforme di comunicazione tecnologica possono migliorare la nostra capacità di ampliare la cerchia degli amici più stretti? Sembra proprio di no: è la conclusione cui è giunto uno studio condotto con una collaborazione internazionale tra ricercatori dell'Aalto University ad Helsinki, l'Università di Oxford e l'Università di Chester e che è stato recentemente pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Lo studio ha preso in esame 24 studenti delle scuole superiori per un periodo di 18 mesi, nel momento in cui hanno compiuto il passaggio dalla scuola all'Università o al lavoro. Il periodo di osservazione è particolarmente interessante, perché rappresenta un tempo durante il quale le relazioni sociali sono in mutamento, a seguito del formarsi di nuove amicizie e dell'allentarsi di alcuni legami in passato più importanti.

La ricerca si è basata sulla combinazione di due metodi piuttosto diversi per cercare di capire cosa stesse accadendo. Nel primo, a tutti i partecipanti è stato fornito un cellulare con credito già caricato per tutto il periodo del test e in cambio i ragazzi hanno dato il loro consenso alla registrazione del numero di telefono, della data e della durata di ogni conversazione telefonica svoltasi. Nel secondo metodo di studio tutti i partecipanti hanno compilato un sondaggio dettagliato all'inizio, a metà e alla fine dello studio.

Questo ha consentito di cogliere chi fossero i destinatari delle loro telefonate. La cosa più importante è che il sondaggio ha permesso di suddividere il periodo di 18 mesi in tre finestre di osservazione di sei mesi ciascuna e di confrontare le telefonate registrate con le impressioni registrate dai partecipanti stessi in merito alla vicinanza emotiva correlata a ciascuna delle relazioni in oggetto. emersa una stretta correlazione tra il numero delle chiamate svolte ed il valore assegnato dai ragazzi stessi a determinate relazioni in termini di vicinanza emotiva e ciò ha giustificato l'utilizzo delle telefonate come criterio per valutare i cambiamenti nella forza dei legami in cui i giovani erano coinvolti.

Firma sociale. Cosa rivelano dunque i dati raccolti? A questa domanda si risponde meglio basandosi su una caratteristica che i ricercatori hanno chiamato la "firma sociale" di un individuo, ed in particolare guardando a come questa "firma sociale" si modifichi nel corso del tempo. Immaginiamo uno dei partecipanti durante i primi sei mesi di osservazione.

Lui o lei chiamerà alcune persone molto spesso ed altre solo occasionalmente, laddove le persone chiamate includono parenti, amici stretti e conoscenze più remote. Se poi si fa una classifica collocando la persona chiamata più frequentemente in prima posizione, la seconda destinataria del maggior numero di telefonate in seconda posizione e così via, è allora possibile costruire un profilo del modo in cui il partecipante distribuisce le telefonate tra tutti i suoi diversi contatti. Questo profilo è ciò che viene definito "firma sociale" e riflette quale porzione di chiamate il soggetto indirizza alle persone che contatta più spesso, il numero di telefonate riservate alla seconda persona chiamata più di frequente e così fino all'ultima persona della lista.

Cosa è dunque in grado di dirci la "firma sociale"? Il numero di persone che i partecipanti chiamano frequentemente, con le quali hanno una relazione molto forte, è piuttosto ristretto. Più ampio è invece il numero delle persone cui il soggetto telefona più di rado e con le quali la relazione è meno forte.

Possiamo avere cinque amici stretti e venti conoscenti, molto più di rado accade il contrario. La cosa più interessante è che se guardiamo alla "firma sociale" di un partecipante complessivamente nell'arco delle tre finestre di osservazione di sei mesi, essa sembra sostanzialmente non mutata. Vale allora la pena soffermarsi a valutare il motivo per cui ciò sembra sorprendente piuttosto che immediatamente evidente.

La vita sociale dei partecipanti allo studio stava attraversando una significativa transizione, con cambiamenti nelle amicizie più e meno strette. Alla fine dello studio l'identità di alcuni degli amici stretti dei partecipanti era cambiata, e così queste relazioni coinvolgevano ora individui completamente diversi. I cambiamenti però si erano registrati nell'identità delle persone coinvolte nei rapporti più significativi, ma la "firma sociale" dei partecipanti restava pressochè invariata: ciò vale a dire che non si modificava la quantità di telefonate indirizzate alla persona chiamata più di frequente, alla seconda e così via.

A cosa è dovuta l'immutabilità della "firma sociale" di un individuo? La chiave sta nel fatto che il carattere delle nostre relazioni è modellato da tre vincoli ineliminabili. Ecco quali:

il tempo: il primo molto generale ed inevitabile vincolo è che disponiamo di una quantità limitata di tempo per mantenere le nostre relazioni sociali;

il capitale emotivo: il secondo vincolo riflette il fatto che una relazione sociale forte richiede un consistente investimento emotivo e la nostra riserva di capitale emotivo è finita;

le limitazioni cognitive: il terzo vincolo è biologico e riflette il fatto che le limitazioni cognitive del nostro cervello impongono anche limiti alle relazioni sociali che possiamo sostenere.

In questo senso il ricercatore Robin Dunbar ha sviluppato un'ipotesi affascinante, basata sull'evidenza riscontrabile sia nei primati che negli esseri umani, che suggerisce che l'evoluzione del cervello umano e la misura e la struttura delle comunità sociali in cui siamo coinvolti siano strettamente correlati.

Questi tre fattori (tempo, capitale emotivo, limitazioni cognitive) possono spiegare il motivo per cui la firma sociale di un individuo non cambia nel corso del tempo.

Torniamo allora alla domanda che ci siamo posti all'inizio e che possiamo riformulare in questo modo: le nuove tecnologie cui abbiamo accesso possono modificare in modo significativo questi tre fattori che abbiamo scoperto plasmando i modelli delle nostre relazioni sociali? Basandoci sul comportamento osservato nei partecipanti all'esperimento si può a ragione rispondere di no.

Francesca Di Giorgio

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