Musica: quella dissonante ci infastidisce? Colpa della matematica

Musica matematica

Pensavamo che le stonature ci infastidissero perché le frequenze acustiche dissonanti interferiscono l'un l'altro, disturbando la percezione a livello nervoso, invece è la matematica la ragione di tutto. Sarebbe infatti la relazione matematica tra le frequenze consonanti che compongono il suono a farci provare piacere nell'ascolto. Questo è quello che emerge da un nuovo studio compiuto da un gruppo di ricerca dell'Università di Montreal (Canada) guidato dal neuroscienziato cognitivo Marion Cousineau.

Per molto tempo si è pensato che ci fosse una sorta di disposizione naturale dell'essere umano a preferire suoni consonanti (come il cosiddetto 'accordo di quinta') rispetto a quelli dissonanti, che non sono necessariamente stonati, ma differiscono da quelli consonanti perché stridenti, ma nessuno prima aveva cercato una ragione scientifica. Gli scienziati hanno quindi pensato di valutare le risposte ai suoni, consonanti e dissonanti, date da un gruppo di persone affette da amusia, ovvero da incapacità di distinguere diversi toni musicali, e di confrontare le reazioni con un gruppo di controllo.

Due toni vicini in frequenza interferiscono nella produzione del cosiddetto 'battere': in pratica quello che percepiamo in questo caso è un singolo tono che sale e scende in volume. Se la differenza in frequenza, poi, è all'interno di un certo intervallo, si ottiene un effetto chiamato 'roughness', letteralmente rugosità, che noi percepiamo normalmente come sgradevole, e questo è stato finora considerato coerente con la normale avversione verso i suoni dissonanti.

I risultati hanno però mostrato che gli amusici non avevano particolari preferenze tra accordi dissonanti e consonanti, a differenza dei soggetti non affetti dal disturbo che hanno trovato molto sgradevoli i suoni dissonanti sia con piccola che con ampia differenza in frequenza. Ma d'altronde gli amusici non mostravano differenze nella percezione rispetto ai controlli riguardo ai toni in battere: questo implica che c'è qualcos'altro riguardo al tono musicale che rende sgradevoli i toni dissonanti, perché rugosità e dissonanza non sembrano, a questo punto, fenomeni coerenti dal punto di vista di chi ascolta.

Tali preferenze derivano, secondo gli autori, dalla cosiddetta armonicità degli intervalli consonanti. Le note contengono molte sfumature, ovvero frequenze che sono un multiplo intero della frequenza di base nella nota. Per gli intervalli consonanti i toni delle due note tendono a coincidere nel loro complesso, mentre per intervalli dissonanti assolutamente no, da cui nasce la 'non armonicità'. Ed è questa la chiave della risposta: gli amusici, infatti, che non distinguono i toni musicali, non sono in grado di percepire la differenza.

Diana Deutsch, psicologa della musica presso l'Università della California a San Diego, afferma tuttavia il lavoro è "di potenziale interesse per lo studio dell'amusia", ma si chiede se è un contributo reale alla nostra percezione naturale. In particolare, dubita che i risultati possano influenzare la musica di tutti i giorni, dove le persone sembrano mostrare preferenze contrarie. "Bande rock spesso introducono deliberatamente rugosità e dissonanza nei loro suoni, per la gioia del loro pubblico", ha sottolineato.

Il lavoro è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Roberta De Carolis

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