Big Data: zettabyte di dati in gran parte non usati

Big data

Big Data. Abbiamo 2,8 zettabyte di dati digitali prodotti dall'uomo e dalle sue macchine, ovvero 2 mila e 800 miliardi di Gigabyte, ma strutturiamo e analizziamo solo l'0,5 per cento di questo immenso potenziale. Lo studio, intitolato 'Big Data, Bigger Digital Shadows, and Biggest Growth in the Far East', è stato condotto dall'International Data Corporation (Idc) con la sponsorizzazione di Emc.

La grandissima componente dei dati è costituita da foto, video, e-mail, documenti di testo, social media provenienti soprattutto da dispositivi mobili, ed è quindi non strutturata. E la mole continuerà a crescere, secondo le previsioni formulate dagli istituti: entro il 2020 dovrebbe infatti arrivare a 40 zettabyte, quindi quasi il doppio di ora in 7 anni.   

Ma c'è di più. "Gran parte dell'universo digitale è transitoria: telefonate che non sono registrate, immagini Tv digitali che non vengono salvate, pacchetti temporaneamente memorizzati in router, immagini digitali di sorveglianza cancellati dalla memoria quando nuove immagini sono disponibili, e così via – spiegano gli autori - I bit installati ma non immagazzinati in tutto l'universo digitale crescerà di un fattore 8 tra il 2012 e il 2020, ma sarà comunque meno di un quarto del totale nel 2020".

D'altronde sta diventando importante anche capire come sfruttare questo potenziale: a questo proposito Idc stima che entro il 2020 fino al 33 per cento dell'universo digitale conterrà informazioni che potrebbero essere utili se analizzate. Ma, di contro, la percentuale di dati che richiede una protezione sta crescendo più velocemente di quanto l'universo digitale in sé, da meno di un terzo nel 2010 a oltre il 40 per cento nel 2020. Con problematiche future attualmente non prevedibili, ma in linea di principio preoccupanti.

Come il nostro cervello dunque, che in gran parte non sfruttiamo, anche le intelligenze artificiali sembrano essere affette da un analogo handicap. Ma la loro crescita sembra essere spaventosa. E questo fa pensare che le previsioni secondo cui la nostra specie potrebbe soccombere non sono poi solo frutto di fantascienza catatrofista.

Roberta De Carolis

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