Nebulosa del Granchio: novità sulle pulsar

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Ancora una volta protagonista la Nebulosa del Granchio grazie ad alcune immagini catturate da vari telescopi spaziali. Queste immagini sono interessanti da un punto di vista scientifico poiché rivelano agli astronomi alcune variazioni di luminosità nella banda dei raggi X, suscitando non poco scalpore.

Se fino a qualche tempo fa si credeva che, tra i corpo celesti ad alta energia radiata, la Nebulosa del Granchio fosse quella più pacata tanto da venir usata nella calibratura dei nuovi strumenti di osservazione, oggi gli scienziati si sono dovuti ricredere. "Per circa 40 anni, quasi tutti gli astronomi hanno considerato la Crab Nebula una candela standard. Oggi stiamo osservando come stanno scintillando, per così dire, le nostre candele standard", afferma Colleen Wilson-Hodge, astrofisica della Nasa presso il Marshall Space Flight Center.

Si stima che la nebulosa, a circa 6500 anni luce da noi, sia esplosa nel 1054 e che, nel suo nucleo, sia conservato il resto dell'esplosione della stella densa di neutroni che ruota 30 volte al secondo. Per il momento, in molti ritengono che tutta l'emissione di alta energia sia dovuta ai processi fisici associati alla rapida rotazione della stella di neutroni.

La nebulosa è stata osservata per 107 ore nel corso di 3 anni, grazie soprattutto a VERITAS (Very Energetic Radiation Imaging Telescope Array System), un sistema di telescopi di 12 metri di diametro, situati in Arizona.

"Come astrofisici da molto tempo studiamo le pulsar e le loro emissioni di energia alla varie frequenze. Inizialmente abbiamo misurato radiazioni alle basse frequenze, nella banda radio, poi con i rilevatori di alte energie abbiamo scoperto che emettono radiazione anche nelle bande X e gamma". A spiegare lo studio è Alberto Pellizzoni, ricercatore dell'Inaf per l'Osservatorio Astronomico di Cagliari.

Ma quali sono stati gli sviluppi nella conoscenza della Nebulosa del Granchio? Già nell'aprile scorso, gli strumenti di AGILE, il satellite italiano per l'astrofisica delle alte energie, avevano registrato un flusso di raggi gamma provenienti proprio dalle regioni centrali della nebulosa. La sorpresa però si era acuita quando l'intensità era aumentata in poche ore, tanto da arrivare a misurare più di due volte la radiazione di un'altra pulsar, Vela, fino a quel momento la fonte più luminosa nel cielo.

A settembre, invece, è partito un nuovo progetto realizzato da un team di ricercatori dell'Università del New Hampshire. Si chiama GRAPE (Gamma Ray Polarimeter Experimet) e si tratta di un hardware traghettato in orbita mediante un volo stratosferico di 40 ore.

La scoperta, dunque, metterebbe in discussione i noti modelli tradizionali. Queste osservazioni, infatti, potrebbero migliorare o riscrivere del tutto nuove teorie sulla conoscenza delle pulsar.

Federica Vitale

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