Morsi sulle ossa di dinosauro identici a quelli ritrovati sul cervo. Ma sono passati 75 milioni di anni

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Segni di morsi nei dinosauri del mesozoico identici a quelli ritrovati sulle ossa del cervo. Ma com'è possibile? Questa singolare scoperta è stata portata all'attenzione dal paleontologo di Yale, Nicholas Longrich, insieme a Michael Ryan, che osservando i segni di morsi su diversi dinosauri del Dinosaur Provincial Park in Alberta, dell'University of Alberta Laboratory for Vertebrate Paleontology e del Royal Tyrrell Museum ha notato una strana somiglianza con quelli del cervo.

Ma quale animale avrebbe lasciato questi segni in entrambe le specie? Niente paura, nessun mostro. Si tratta infatti di un antico mammifero roditore, a metà tra uno scoiattolo di grandi dimensioni e un opossum, che probabilmente ha masticato le ossa per ottenere sostanze nutritive, così come fanno molti dei roditori di oggi.

Questa è la conclusione cui sono giunti Ryan e Longrich. “Questi segni di morsi- spiega Ryan- erano quasi identici, ma le ossa erano separati di 75 milioni di anni. Mi sono chiesto più volte che tipo di animale potesse averli fatti e infine la scoperta”.

I ricercatori hanno trovato sulle ossa antiche scanalature poco profonde a forma di U e altri segni di morsi simili a quelli posseduti dall'estinto 'multituberculates'. possibile che 75 milioni di anni fa altri mammiferi antichi avessero cenato sulle ossa di dinosauro, ma Ryan e Longrich sostengono che il multituberculates sia il principale indiziato dei segni. Altri mammiferi simili avrebbero lasciato le ossa butterate, piuttosto che con segni simmetrici.

Spiega ancora Ryan: "Al momento non abbiamo altro che la dimensione. Quello che abbiamo trovato sono stati i marchi di coppia superiore e inferiore incisivi, come quelli di multituberculates".

La funzione dei morsi era dunque quella di aggiungere calcio o sodio all'alimentazione dei roditori preistorici, così come fanno ancora oggi i loro pronipoti, scoiattoli, arvicole e istrici.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Paleontology.

Francesca Mancuso

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