Il QEEG per predirre il suicidio funziona davvero ?

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Sembra oggi possibile predire il suicidio prima ancora che i pazienti possano addirittura "pensarlo". E' questa la scoperta di un team di ricercatori dell'Università della California, Laboratory of Brain, Behaviour and Pharmacology.

  Da alcuni anni ormai, gli studi concentrati sull'argomento sono andati aumentando. Molti di questi si sono poi incentrati sul rischio di pensieri suicidi che possono accompagnare l'uso di trattamenti antidepressivi. Il monitoraggio è, al momento, la sola opzione clinica per salvaguardare il paziente. Ma una nuova tecnica potrebbe, un giorno, predire i casi di persone predisposte a commettere suicidio perchè indotte dagli antidepressivi. Questo nuovo tipo di approccio condotto sul paziente, definito "quantitativo", è chiamato QEEG (Quantitative ElectroEncephaloGraphy).

L'elettroencefalogramma utilizza una serie di elettrodi localizzati sulla testa, ognuno dei quali misura l'attività elettrica proveniente dal cervello fino a quel preciso elettrodo. I neurologi usano ordinariamente l'EEG per diagnosticare altri tipi di disturbi, come ad esempio l'epilessia.

Secondo questa ricerca, invece di utilizzare i dati risultanti dagli elettrodi, ossia una serie di linee corrispondenti ciascuna ad un singolo elettrodo, si impiegherebbe un algoritmo che matematicamente analizza i dati provenienti da ogni elettrodo per poi trasformarli in una mappa dell'attività cerebrale.

Il laboratorio dell'UCLA utilizza questo sistema per determinare il modo diverso in cui il cervello di ogni individuo risponde agli antidepressivi, cercando di individuare tempestivamente quanto la terapia possa essere effettiva sul paziente. Oltra all'efficacia, la ricercatrice Aimee Hunter è occupata nell'identificare gli effetti collaterali, come quelli influenti sull'umore. Come lei stessa afferma, "dopo quanto si è scritto circa i casi di suicidio indotti dagli antidepressivi, ho iniziato a condurre le mie ricerche sui casi particolari che potevano essere ad essi collegati". Più approfonditamente riguardo gli studi della Hunter si può leggere sul numero di aprile della rivista scientifica Acta Psychiatrica Scandinavica.

Lo studio della Hunter e delle sue colleghe ha visto protagonisti dei volontari ai quali erano stati somministrati degli antidepressivi mentre ad altri farmaci con effetto placebo. Ad essi sono stati poi applicati degli elettrodi sulla zona frontale del cervello (MRF - Midline and Right Frontal Region). Questo intervento farmacologico ha mostrato come l'attività che interessava quest'area frontale del cervello decrescesse dopo una settimana, mentre a chi erano somministrati farmaci con effetto placebo essa aumentasse.

Focalizzando l'interesse su questa zona, la dottoressa Hunter ha in seguito esaminato la QEEG di 72 pazienti ai quali, a caso, erano stati somminstrati antidepressivi e farmaci placebo per 8 settimane. A intervalli multipli (48 ore, una settimana, due settimane e otto settimane dopo aver iniziato la terapia), i pazienti ritornavano in laboratorio per essere sottoposti ad un elettroencefalogramma e ad un'intervista.

Il risultato è molto interessante. A quei pazienti, cui erano stati somministrati gli antidepressivi e che avevano mostrato un aumento del pensiero suicida, avevano anche mostrato una drastica diminuzione dell'attività che interessava la regione frontale solo dopo 48 ore dall'inizio delle prime somministrazioni. Il risultato corrisponde a sei volte la diminuzione riscontrata nei soggetti che non avevano mostrato alcun cambiamento circa gli stessi pensieri suicidi. Ma dopo una sola settimana, i due gruppi tornavano ad apparire quasi identici.

"Tutto ciò era molto strano", conclude la ricercatrice. "Si verificava una netta diminuzione all'inizio e poi... niente! A quanto pare, il rischio di pensieri suicidi è più frequente entro le 48 ore, per poi diminuire nelle successive otto settimane". Il risultato ottenuto da questa ricerca potrebbe essere precursore di future risposte.

Federica Vitale


{jumi}
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